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Il salotto del té: Alessandro Tittoto

 

Con grande piacere sono lieto di annunciarvi una nuova “puntata” della mia rubrica d’interviste “Il salotto del té”. Oggi andremo a fare due chiacchiere con l’autore del libro “Due gocce di anice nel caffè” edito per La Caravella Editrice ovvero Alessandro Tittoto. Prima d’iniziare l’intervista voglio ringraziare l’autore per essersi proposto per questa rubrica.

Benvenuto, in anzitutto presentati ai lettori di Rubbs Books

Ciao a tutti, è un piacere trovarmi qui a parlare con voi. Presentarsi non è mai facile ma in due parole posso dire di vivere in provincia di Viterbo, lavoro come impiegato presso il comune di residenza e di aver superato i quaranta da un po’. Amo scrivere, disegnare e fare musica, tutte cose che mi accompagnano nella vita da sempre.

Il tuo romanzo è “Due gocce di anice nel caffè”. Com’è nato questo libro?

Prima di “Due gocce di ance nel caffè” venivo da una lunga serie di racconti.Da molto tempo avevo il desiderio di espandere questa mia esperienza narrativa. Ho dovuto solo attendere l’arrivo dell’idea buona che mi permettesse di sviluppare un intreccio più articolato e significativo. Quando ho sentito che la scintilla iniziale era scoccata l’ho semplicemente lasciata brillare.

Cos’è per te il tuo romanzo?

Sicuramente è un pezzo di me, in ogni senso. Un mio amico, dopo aver letto la bozza, mi chiedeva se in qualche modo parlasse di me, Lo avrei escluso a priori, era frutto della mia fantasia e invece no.Tra le pieghe c’è anche una parte della mia storia che io stesso non avevo riconosciuto. Si finisce sempre per raccontarsi.

Nella vita del protagonista della tua storia, Claudio, a un certo punto i suoi amici cambiano l’atteggiamento verso di lui come a recluderlo. Secondo te  è un problema attuale della società moderna? E a tuo parere come si può evitare d’isolarsi dal resto del mondo?

Bella domanda. Diciamo che stiamo vivendo un’epoca liquida, niente affatto lineare e quindi con numerose sfaccettature. Questo nostro essere sempre connessi da una parte ci porta ad avere contatti in ogni momento dell’altra, fisicamente, ci ripiega su noi stessi nella contemplazione di un dispositivo a discapito della parola “parlata”. In effetti è vero, viviamo un po’reclusi ma non per scelta altrui. Allo stesso tempo, questo tipo di alienazione, rischia, sebbene connessi, d’isolarci ed essere spettatori della vita condivisa altrui. Purtroppo va detto che la nostra società è “esclusiva”, non per pregio, ma perché esclude con facilità là dove non si hanno numeri e capacità. Non so quanto, dei giovanissimi, abbiano mai provato la differenza nel confidarsi a un amico al di fuori del proprio mondo virtuale, a sentire quel contatto umano che con un sorriso, un abbraccio, può cambiarti la giornata e riscaldarla.  Un mondo così asettico è comunque freddo e non inclusivo.

A chi e a che cosa ti ispiri quando scrivi?

Quando si scrive si cerca di essere originali, cioè che tutto abbia origine da te, ma non è mai così. Lo stile, le parole, per quanto personali, hanno un’eco che vengono da lontano.A ogni modo io cerco di scrivere in modo “fumettistico”, cioè con immagini rappresentative e poche parole, frasi brevi.Allo stesso tempo uso la tecnica cinematografica, nel “montaggio” della mia storia, quindi non sempre scrivo linearmente ma trattando i momenti e poi mischiandoli agli altri.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti e da cui trai ispirazione?

Pur essendo amante dei thriller i miei autori preferiti scrivono altri generi. Sicuramente posso citare tre nomi su tutti: Jack Kerouac, Ernest Hemingway e Phil K. Dick. Tre personalità forti nelle loro caratteristiche. Nella mia scrittura non sento d’ispirarmi molto a loro, almeno consciamente. Da giovane amavo la costruzione epica di Kerouac dove la propria vita diveniva storia con tutti i personaggi che l’attraversavano. Ho scritto un romanzo in giocane età, che rimarrà inedito, dove ho usato in buona parte questo metodo però applicato a una storia di assoluta fantasia.Di Hemingway mi piacerebbe avere la capacità di narrazione quel tratto preciso e incisivo che gli appartiene, ma qui più che ispirazione è un pio desiderio. Di Dick sicuramente le contorsioni mentali a cui sono sottoposti i suoi personaggi e qui penso di aver preso qualcosa. Per il resto credo di poter dire che si può imparare da chiunque e qualunque cosa divenire ispirazione, anche scrittori meno conosciuti o addirittura emergenti.

Che cos’è per te la scrittura e che cosa vuoi far recepire al lettori con i suoi libri?

Ecco, cos’è la scrittura per me, mi fa citare per l’appunto Hemingway che a grandi linee diceva che: la scrittura significa mettersi alla macchina da scrivere e sanguinare. Per quello che mi riguarda vale almeno per un paio di aspetti: il primo è quasi fisico. Mettersi al tavolo vuol dirsi calarsi nella storia, staccarsi da tutto e raccontare. È la fase più difficile per me perché comporta uno sforzo non indifferente che si deve trasformare in ispirazione e quindi lavoro. Se non ti fai una violenza finisci per dire: ma chi me lo fa fare? Allo stesso tempo però è un richiamo che non può rimanere inascoltato e quindi inizi ad avere “com-passione” dei tuoi personaggi, cioè patire insieme a loro, o gioire perché no? Vivere le loro vicende come se fossero tue.Tutte queste cose sono anche, in parte, ciò che voglio far recepire o meglio trasmettere, Un altro aspetto che vorrei far sentire al lettore è l’empatia per la storia che sta leggendo e che in qualche modo possa arrivare a sentirla nella vita realtà  nei confronti delle altre persone.

Hai progetti futuri nella scrittura? Se stai scrivendo un nuovo libro ci puoi rivelare qualcosa su questo scritto in cantiere?

Come già detto in precedenza, vengo da una teoria di racconti e in questo momento sto cercando di revisionarli per poterli pubblicare un giorno.Inoltre ho un nuovo romanzo, scritto per metà, che attende di essere completato.Come per “Due gocce di anice nel caffè” la storia è complessa ma, diversamente però, si palesa subito a causa di un intreccio  di diversi personaggi che affrontano situazioni paradossali, chiusure mentali e anche “epifanie” improvvise. Una storia di giudizi e pregiudizi che, credo, confonderà un po’ prima del finale.

Se in poche righe dovessi convincere un lettore di questo sito a comprare e a leggere il tuo romanzo come faresti per convincerlo?

Non sono mai stato bravo nel propormi, sono abbastanza introverso ma posso dire che in “Due gocce di anice nel caffè” c’è una quotidianità che appartiene a chiunque. Allo stesso tempo anche una ricerca interiore per capire cosa cela la propria vita, oltre alle abitudini, che porta a scoperte inaspettate e, a volte, sconvolgenti. La vita è un viaggio, tanto per citare Kerouac, e lo compi anche senza volerlo.

L’idea  di rimanere immobili è solo un’illusione e per capirlo occorre avere il coraggio di alzare il velo della routine.

Questo è ciò che Claudio, il protagonista, affronta. Spero di essere riuscito a incuriosire un po’

A chi consigli la lettura del tuo libro?

Assolutamente a tutti. Scherzi a parte, è un libro particolare, si svolge in modo insolito, sicuramente è per curiosi. Aggiungerei un desiderio inusuale; mi piacerebbe che fosse letto da quelle persone un po’arroganti e prepotenti, perché, come davanti a uno specchio, possano vedere a cosa portano le loro azioni. Sarebbe interessante.

Ringrazio davvero enormemente Alessandro Tittoto per quest’intervista davvero interessante! Spero di avervi invogliato ad acquistare il suo romanzo e spero che quest’intervista vi sia piaciuta!

Alla prossima!

 

 

 

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